Mavrovo17

Racconto completo della spedizione in Macedonia 2017

Riprendiamo, per dovere di cronaca, il racconto da dove ci eravamo fermati nell’Agosto 2016.

La nostra pre-spedizione si concluse con la “ri-scoperta” di una piccola grotta vicina al paesino di Tajmishte che conteneva numerosi crani e resti ossei umani. Questo ovviamente suscitò in noi molto stupore e stimolò ancor più i desideri di esplorazione che ci avevano spinto a partire dall’Italia. Tutto quello che avevamo rinvenuto e rilevato necessitava assolutamente di approfondimenti e i quesiti che in noi germinarono chiedevano con urgenza delle risposte.

Appena sbarcati in Italia contattammo Michele Betti, un nostro amico speleologo nonché ricercatore presso l’università di Urbino, per fargli visionare foto di reperti e dei relativi siti. Ci fu subito interesse da parte di Michele e del suo Istituto, tanto che pochi mesi dopo, nel Novembre 2016, si imbarcò per la Macedonia accompagnato da Giacomo Berliocchi per visionare personalmente il sito. Dopo estenuanti “trattative” con il Centro di Conservazione Macedone, che in seguito alla nostra segnalazione e su incarico della Procura della Repubblica Macedone aveva ricevuto il compito di indagare e svolgere ricerche archeologiche sul sito, Michele e Giacomo riuscirono finalmente a visionare di persona il luogo in questione. Ebbero anche l’opportunità di prelevare dei reperti e farli pervenire in Italia, per poter apportare il nostro diretto contributo alle indagini avvalendoci del supporto di diversi nostri laboratori nazionali.

Michele Betti, presso l’Università di Urbino, si interessò dunque di condurre tutte le ricerche dal punto di vista anatomo-patologico e biologico sulle ossa. In seguito ad una prima analisi, si stabilì che le ossa erano vecchie almeno di tre secoli, che appartenevano tutte ad una stessa popolazione e in esse figuravano resti di individui di ogni fascia di età, che con certezza non vi era nessun tipo di collegamento delle stesse con i recenti conflitti della zona Balcanica (cosa che preoccupava notevolmente le diverse parti politiche locali).

I lavori del Centro di Conservazione Macedone proseguirono con il contributo di un gruppo speleologico locale: il gruppo Korabi, fondato a Vrutok da Jeton Osmani, che era stato nostro accompagnatore e guida locale nell’Agosto 2016. Jeton (Tony) si era appassionato notevolmente all’attività speleologica, tanto da indurlo a coinvolgere alcuni suoi amici in questa avventura. Dal sito vennero rinvenuti 64 crani in ottimo stato di conservazione e numerosissime altre ossa. Come già aveva avuto modo di verificare Betti, appartenevano ad una unica popolazione e presentavano caratteri morfologici indicanti che tra loro vi fossero individui di entrambi i sessi e di tutte le fasce di età, da bambini a vecchi. Tutti gli indizi farebbero pensare ad un antico luogo di sepoltura.

Contemporaneamente, grazie al prezioso supporto ed alle conoscenze di Alberto Di Fabio dello Speleo Club Chieti, avevamo fatto pervenire foto e documentazione preliminare all’Ing. Stefano Nisi dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare del Gran Sasso che, con molta disponibilità, ci indirizzò verso possibili laboratori e ricercatori competenti in grado di supportare ogni tipo di ricerca necessaria. Altri reperti ossei vennero quindi consegnati alla dott.ssa Mariaelena Fedi ed alla dott.ssa Lucia Liccioli della rete CHNet dell’INFN sezione di Firenze e datati al Carbonio 14. Grazie alle loro analisi si stabilì con esattezza che ben 5 campioni su 6 erano databili tra il III e IV secolo d.C, mentre solamente un campione al 600 d.C. Ciò dimostrava inconfutabilmente che il sito di Tajmishte aveva un importante valore archeologico.

Sempre grazie a Stefano ed alla rete CHNet, è stato poi possibile datare con estrema certezza anche diversi campioni di frammenti ceramici e di terracotta, ritrovati nella grotta Melnichka vicino Prilep. Tale sito aveva suscitato il nostro interesse perché, sebbene più conosciuto di quello di Tajmishte anche da speleologi locali, è disseminato al suo interno di diversi frammenti ceramici. Alcuni campioni furono inviati alla dott.ssa Anna Gueli dei laboratori CHNet di Catania e datati mediante esame di termoluminescenza. La datazione stabilì che i 5 campioni consegnati sono collocabili in un arco temporale molto ampio che va dal 5300 a.C al 1400 a.C, a testimonianza di una frequentazione massiccia e continuativa nel tempo della grotta, data la notevole quantità di reperti rinvenuti.

Su suggerimento di Stefano, tutte le analisi effettuate vennero inviate al dott. Claudio Cavazzuti, paleontologo della Dhuram University, e alla sua compagna la dott.ssa Alberta Arena, archeloga ricercatrice alla Sapienza di Roma, che si entusiasmarono da subito a quanto mostrato e si convinsero a partecipare alla nuova spedizione del 2017 per visionare personalmente i siti.

Da parte nostra, come speleologi, non restava che partire nuovamente per la Macedonia per “dissetare” la nostra sete di esplorazione che in tanti mesi andava sempre più aumentando. Seguirono numerosi incontri tra di noi per preparare la nuova spedizione e definire nei dettagli il progetto per il 2017. Decidemmo di chiamarlo “Mavrovo Caving Project” con l’obiettivo di condurre, oltre a nuove ricerche speleo-geografiche, anche ricerche dal punto di vista archeologico. Mavrovo è un parco nazionale la cui area è disseminata di doline: proprio lì avevamo trovato la grande Grotta Belul nel 2016 ed è proprio in quel luogo che possiamo dire è nata tutta la nostra meravigliosa esperienza in Macedonia. Il nome del progetto quindi non poteva che ricordare questo posto assolutamente affascinante e suggestivo per noi speleologi.

La prima fase del progetto inizia a Luglio. Un gruppetto di noi si occupa di organizzare un mini corso di speleologia ai ragazzi locali per dare supporto e cercare di aumentare l’esperienza al neo-nato gruppo locale dei Korabi. Un importante contributo è arrivato dalla Petzl che ci ha fornito attrezzatura tecnica per i nuovi speleologi Macedoni. Una settimana intensa a metà Luglio che porta cinque di noi a rivisitare alcune grotte nell’area ad Ovest della Macedonia ed ad insegnare le tecniche di base per le esplorazioni ai locali.

La seconda fase della spedizione prosegue le prime due settimane di Agosto. Diversi di noi speleo partono accompagnando Claudio, Alberta e Michele per visionare i siti rinvenuti nel 2016. Al team, tra gli altri, si aggiungono anche altri due speleo e ricercatori, Mattia Iannella (zoologo) e Ilaria Vaccarelli (microbiologa) del GGFAq per campionare materiale biologico nei siti sin ora individuati.

Si comincia ritornando alla Grotta Camotcka, nell’altopiano di Asan Djura nei pressi del lago Ohrid nel sud della Macedonia. Si tratta di una grotta già conosciuta, dato il cancello all’ingresso con tanto di tabella con rilievo, che ci aveva incuriosito nel 2016 per le numerose ossa presenti lungo il percorso interno. Pernottare in tenda nelle vicinanze dell’ingresso ha permesso di guadagnare tempo e dedicarsi ai primi campionamenti biologici, oltre ad un primo approccio con le restituzioni virtuali della grotta.

Successivamente il gruppo si è trasferito nella zona centrale del paese, nei pressi di Prilep, dove si trova la Grotta Melnichka. Un giorno intenso di lavoro ha permesso di portare a casa notevoli risultati. Oltre ai vari campionamenti biologici e un complesso lavoro di rilevo, sia della parte interna della grotta con l’uso di Laser Scanner, sia della parete esterna del versante attraverso immagini acquisite con drone (vedi i risultati del lavoro), l’attenzione si è focalizzata sull’importanza del sito dal punto di vista archeologico. Il gruppo ha infatti l’occasione di rinvenire, grazie alla competenza e al supporto dei ricercatori, alcune ossa e segni di una probabile tumulazione all’interno della cavità naturale. Sembrano quindi essere confermate le ipotesi iniziali di Claudio che potesse trattarsi di un luogo di sepoltura risalente al Neolitico.

Altrettanto importante si è rivelato il sopralluogo alla grotta dei Teschi a Tajmishte. Anche se all’interno della grotta nei mesi precedenti erano stati prelevati tutti i reperti ossei, furono comunque rinvenuti un frammento ceramico ed un osso in una nicchia esterna in prossimità dell’ingresso. Questa scoperta avvalora la tesi che le ossa contenute nella grotta siano state veicolate dall’acqua in alcuni sporadici momenti remoti e che il sito, come ipotizzato in prima analisi, possa essere anch’esso un antico luogo di culto risalente al periodo di dominazione romana nell’area.

Il lavoro del secondo gruppo si è concluso visitando la conosciutissima Grotta Gjonovica nei pressi di Gostivar. Si tratta di un’affascinante grotta acquatica prevalentemente orizzontale interessata da un’importante portata di acqua limpidissima che rende davvero suggestiva la sua percorrenza e un luogo perfetto per i campionamenti della fauna ipogea.

Infine si è tornati di nuovo sull’altopiano di Mavrovo, alla grotta Belul, per una sessione di rilievo dove sono stati impiegati tutti i mezzi a nostra disposizione: laser scanner, drone e reflex con fisheye per la creazione di panorami sferici utili alla realizzazione di un tour virtuale delle grotta. Una battuta su un’area poco più distante ha permesso l’individuazione di un’altro ingresso che è stato chiamato Guja Uikut (“Bocca del Lupo” per via di una tana di lupo rinvenuta poco distante) e che verrà poi rivisto ed esplorato dal terzo gruppo che da lì a pochi giorni sarebbe giunto sul posto.

Inoltre, grazie all’esplorazione di alcuni del gruppo dell’ALVAP sui monti di Sar, una lunga catena montuosa di circa 80 km che si estende in direzione SO/NE a nord di Mavrovo, si è riusciti ad esplorare una grotta di circa 70 mt di sviluppo. Questa cavità, davvero affascinante sia dal punto di vista estetico che speleologico, è caratterizzata da un abbondante scorrimento di acqua, tanto da richiedere una muta per proteggersi dal freddo. È stata anche rilevata per tutto il tratto percorribile. Le successive battute nella stessa zona sempre da parte del gruppo ALVAP hanno evidenziato un discreto interesse speleologico della vasta area in questione, dove svetta con i suoi 2747 mt il Titov Peak.

Il terzo gruppo, partito a metà agosto, invece,  aveva come obiettivo quello di proseguire le esplorazioni e la ricerca superficiale nell’area per individuare nuove cavità. Anche qui le sorprese non sono state poche. Infatti, dopo alcune battute in superficie del territorio, nei primi giorni di spedizione, gli speleologi hanno rinvenuto alcuni nuovi ingressi nell’area di Mavrovo. Purtroppo tali cavità al momento sembrano tutte chiudere dopo alcune decine di metri a causa di grandi frane e di antichi depositi e ammassi sedimentari post-glaciali.

Gli speleologi inoltre sono riusciti ad oltrepassare un blocco di fango sedimentario all’interno della Grotta dei Teschi a Tajmishte, riuscendo ad esplorare circa 200 mt di nuovi cunicoli e gallerie interessati da diversi arrivi di acqua con notevoli portate, a testimonianza del grande flusso che caratterizza il massiccio di Mavrovo. Tajmishte si trova infatti alla base di questo massiccio e le acque che scorrono all’interno della grotta alimentano senza ombra di dubbio una delle risorgenze nei pressi dell’ingresso. Queste acque, con molta probabilità, provengono dal grande l’altopiano di Mavrovo, un ammasso carsico-calcareo soprastante di circa 400 km2.

Tutt’altra situazione invece è quella in cui ci si è imbattuti ad est di Gostivar, presso una grande voragine in un’area anch’essa decisamente interessante vista l’assoluta scarsità di acqua e sorgenti in superficie. Per mancanza di tempo, è stata esplorata solo una minima parte di questo grande altopiano calcareo. Il pozzo in questione, situato in prossimità del villaggio di Korita, scende per circa 40 mt e si chiude su una frana. Alla sua base sono stati rinvenuti anche un ordigno bellico (granata) e dei resti ossei di un militare presumibilmente della II Guerra Mondiale. Il macabro ritrovamento (con conseguente coinvolgimento di polizia, procura, politici ecc..) e la frana hanno ovviamente impedito momentaneamente ogni possibilità di esplorazione.

Il gruppo ha poi continuato ad esplorare sia nella zona di Mavrovo sia in Sar. A Sar, una ricerca di 2 giorni, con pernottamento in quota, ha permesso ad alcuni di noi di battere una porzione dell’area sotto Titov Peak. Si è potuto esplorare una grossa cavità di origine tettonica che comunque non fa pensare a possibili sviluppi esplorativi.

Negli ultimi giorni, infine, il gruppo decise di tornare sull’altopiano di Mavrovo per rivedere meglio le grotte trovate fino a quel momento. La sorpresa più grande la regala ancora una volta Grotta Belul, la grande cavità scoperta nel 2016. In fondo al meandro terminale, che sembrava chiudere sotto enormi blocchi di frana, è stato individuato un piccolo buco largo poco più di un palmo. Infilando la luce nello stretto passaggio, da dove proveniva un evidente flusso d’aria, è stato possibile scorgere a qualche metro una grossa concrezione a vela. Ciò fa indubbiamente pensare che vi sia una sala e un ambiente più ampio. La grande frana in realtà potrebbe essere “facilmente” oltrepassabile con qualche giorno di disostruzione. Tuttavia il tempo a disposizione del gruppo era ormai terminato e le operazioni di scavo dovevano essere per forza rimandate.

Anche quest’anno si ritorna a casa con una grande esperienza in più, dei nuovi amici che ci hanno trattato ancora una volta non come ospiti ma come fratelli e un bel carico di sogni esplorativi per l’anno che verrà.